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Depurazione: situazione grave e inaccettabile, urge cambio di passo

Danneggiamento delle acque, depurazione insufficiente, grave danno all’ecosistema e la conseguente non balneabilità di alcuni tratti del Mar Adriatico, oltre a un caso di salmonella segnalata nelle acque superficiali del fiume Osento, nel comune di Atessa. Sono solo alcune delle gravissime conseguenze della cattiva gestione dei 12 impianti di depurazione delle acque reflue gestiti dalla Sasi spa che sono stati posti sotto sequestro nel chietino. Una situazione definita “gravissima e inaccettabile” da Legambiente che torna a richiamare l’attenzione sulle tante criticità relative alla qualità delle acque e di conseguenza sulla salute e sicurezza dei cittadini.

Secondo la documentazione fornita nel 2012 dall’Italia alla Commissione Europea per l’attuazione della direttiva 2000/60, uno stato ecologico superiore al buono è stato raggiunto solo dal 25% dei corpi idrici superficiali, mentre lo stato chimico buono è stato raggiunto solo dal 18%. Se poi guardiamo alla percentuale dei corpi idrici superficiali italiani che riesce a soddisfare tutti i requisiti per ottenere contemporaneamente un buono stato ecologico e chimico siamo solo al 10%.

Il piano di investimenti di pubblica utilità a lungo termine impegna oggi le aziende idriche ad assicurare almeno 50 euro di investimenti per abitante/anno (oggi 34 euro/abitante anno, ma si abbassa a 28 se si considerano le gestioni comunali che investono meno di 10 euro/abitante anno). La differenza italiana con la media di paesi europei è abissale: 80 euro in Germania, 90 in Francia, 100 in Gran Bretagna, 120 Danimarca.

Tutte le Regioni italiane sono oggi in infrazione. Il numero di agglomerati urbani non a norma supera i 1000, sparsi per il territorio nazionale. Multe salate quindi, a oggi, per 19 Regioni e circa 2.500 Comuni fuorilegge. Stando a una stima dell’importo della penalità l’Italia avrebbe 482 milioni di euro, di cui 8 milioni per l’Abruzzo.

Le violazioni ambientali riscontrate dagli organi di controllo nel chietino fanno riemergere nuovamente l’urgenza della messa in pratica di queste misure. I cittadini pagano per una depurazione che non avviene correttamente e che danneggia i corsi fluviali e compromette la balneabilità del nostro mare con danni al turismo e all’ambiente.

L’Abruzzo in particolare è una regione che non può e non deve abbassare la guardia su queste tematiche, dopo il caso emblematico della contaminazione dei corpi idrici a uso potabile relativa a Bussi sul Tirino, occorre mettere in campo una seria politica di recupero e di tutela dei fiumi, delle falde e delle acque e per questo serve la giusta volontà politica.

“E’ ora di dire basta a questo tipo di gestione – commenta il presidente di Legambiente Abruzzo, Giuseppe Di Marco – la politica deve dare dei segnali forti affinché ci sia un definitivo cambio di rotta. Non abbiamo votato il referendum sull’acqua per questa gestione pubblica. Va anche previsto un sistema tariffario adeguato e trasparente che preveda agevolazioni per fasce in difficoltà, garantendo loro anche la dotazione minima gratuita giornaliera di acqua definita dalle autorità locali.”

Lo scorso settembre il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ricorda Legambiente, ha annunciato la disponibilità di 170 milioni di euro per la messa in efficienza del sistema della depurazione abruzzese con lo scopo, a detta del governatore di “determinare il pieno efficientamento dei sistemi depurativi, impianti che, nel corso degli anni, si sono moltiplicati trasformandosi, però, più in un boccone ghiotto per i progettisti di turno che in infrastrutture davvero funzionali all’efficienza del sistema idrico integrato”. Una dichiarazione, la sua, lungimirante alla luce di quanto riscontrato dagli inquirenti in questi giorni. Affermazioni dalle quali ripartire per garantire una buona qualità delle acque e una gestione capace e seria.

“Chiediamo controlli e interventi seri sulla depurazione – conclude Di Marco – che ha un ruolo fondamentale in termini di protezione ambientale perché consente l’immissione nell’ambiente dei reflui prodotti solo dopo l’avvenuta stabilizzazione. È una misura di salvaguardia per fiumi e mari, per la conservazione della biodiversità, per la tutela della salute pubblica e per la qualità dei nostri territori che fanno turismo”.